PER LE MAMME: COME TOGLIERE LE MACCHIE PIU’ DIFFICILI
BURRO: per tutte le fibre cospargere di talco e spazzolare avendo cura di riscaldare la zona da trattare;
GRASSO E OLIO: su lana e seta cospargere di talco e spazzolare quando assorbito; eventualmente smacchiare con triellina….. su cotone e lino trattare la zona con acqua e sapone;
CAFFE’: per cotone, lino, lana e seta impregnare con acqua fredda e poi trattare la zona con acqua ossigenata. Lavare poi normalmente;
CERA: per tutte le fibre passare con ferro caldo sopra la carta assorbente, trattare con solvente e poi lavare;
CIOCCOLATA: su lana e seta trattare con acqua e ammoniaca, e tamponare con acqua tiepida, oppure impregnare con acqua fredda e trattare la zona con acqua ossigenata……… invece su cotone e lino smacchiare con acqua tiepida;
COLLA VINILICA: su lana,cotone e seta porre in ammollo con detersivo neutro e lavare delicatamente;
COSMETICI: su lana e cotone tamponare con etere e spazzolare leggermente…… invece su seta spazzolare con spazzola umida e lavare con acqua tiepida e detersivo neutro;
ERBA: su lana smacchiare con una soluzione di acqua calda, alcol e ammoniaca (nella proporzione 3/2/1), quindi risciacquare con acqua e aceto……. invece su seta smacchiare con acqua tiepida e aceto bianco;
FRUTTA: su lana smacchiare con panno imbevuto con succo di limone o aceto bianco, quindi risciacquare con acqua…….. su seta smacchiare con acqua tiepida con alcune gocce di aceto bianco………. su cotone e lino smacchiare con acqua con alcune gocce di ammoniaca ed acqua ossigenata.
A domani…. per ulteriori suggerimenti…. e consigli…..
Add comment Maggio 22, 2008
I VIDEOGIOCHI
Si sa che a volte i genitori sono un pò apprensivi quando si parla di videogiochi, perchè alcuni sono un pò scettici sulla loro utilità nell’aiutare la crescita dei bambini e nella loro formazione; ma a volte, visto anche i programmi televisivi che ultimamente vengono trasmessi, penso che sia meglio che un ragazzino si diverta con un sano videogioco, che con un’ora di pessima e diseducativa televisione.
Spero di ricevere qualche risposta in merito all’argomento…………..
intanto vi lascio con una descrizione più approfondita di che cosa sono i videogiochi…………….
Il videogioco è un gioco le cui regole sono gestite automaticamente da un dispositivo elettronico che utilizza un’interfaccia uomo-macchina basata sul display come sistema di output. Come qualsiasi gioco, il videogioco riproduce simbolicamente determinati contesti culturali, astraendoli dal loro ambito di default ed applicandoli a contesti e situazioni che possono andare dalla simulazione più fedele fino alla parodia. Divenuto ormai un vero e proprio fenomeno culturale di massa, un medium o addirittura un’arte visuale a sé stante, il videogioco può vivere in ragione dell’informatica e dell’elettronica (sia per il software che per la parte hardware). Nato quasi per caso già a partire dagli anni ‘50 negli ambienti di ricerca scientifica e nelle facoltà universitarie americane, ha avuto il suo sviluppo a partire dalla seconda metà degli anni Settanta. La massiccia diffusione di Internet negli anni 90 ha favorito una diffusione massiccia dei videogiochi. Sul web è possibile infatti giocare allo stesso videogioco anche in gruppi composti da più persone situate in diverse postazioni sparse per il globo. Questa possibilità di dare vita ad una intelligenza connettiva (data appunto dalla interconnessione di più persone fra loro comunicanti), sembra destinata ad essere presa in considerazione anche dal mondo della scuola. Si starebbe cercando, in altre parole, di dare al videogioco una funzione pedagogica, ovviamente senza destrutturarlo troppo e pur tuttavia sostituendone la componente competitiva con una meramente collaborativa. Un esempio di questo tentativo è rappresentato da Stop Disasters, un videogame on line lanciato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite con l’intento di sensibilizzare i più piccoli sugli accorgimenti per costruire città e villaggi più sicuri dal rischio di calamità e disastri ambientali. L’influenza del videogioco – anche come nuovo fenomeno culturale di massa – viene da molti associata a quella del cinema degli albori o della televisione al momento della sua massima espansione e trasformazione in mezzo di comunicazione di massa vero e proprio. Anzi, il videogioco rischia ora, o quanto meno rischierebbe, di surclassare lo stesso cinematografico, se è vero come è vero che già è stato infranto un ipotetico quanto significativo break even point: statistiche alla mano, le vendite di videogiochi hanno superato, almeno negli Stati Uniti, quelle di biglietti delle sale cinematografiche. Ma con il cinema, il mondo dei videogiochi sembra aver stretto un (definitivo?) patto d’acciaio: i plot di molti film prodotti oggidì sono dichiaratamente mutuati da videogiochi, così come molti videogiochi vengono in tempi assai rapidi trasformati in film, più o meno di successo e dalle qualità artistiche a volte discutibili. Il riconoscimento dell’importanza culturale dei videogiochi si sta manifestando con l’ingresso della materia nelle Università e con il proliferare di pubblicazioni scientifiche, anche in italiano, sull’argomento.
Il videogioco viene spesso colpevolizzato attraverso i mass media, specie quando si verificano efferati episodi di cronaca nera. Alcuni ritengono infatti che la ripetuta simulazione di sparatorie o atti di violenza, presenti in alcuni videogiochi, possa in qualche modo avere influenzato precedentemente l’autore o gli autori di tali efferate gesta; altre fonti sostengono invece che i bambini siano normalmente capaci di distinguere finzione e realtà e che questi singoli episodi siano da ricondurre a sintomatologie pre-esistenti di tipo psicologico o di altra natura. A parere di molti sociologi e psicologi, il videogioco favorisce una stimolazione del cervello dei giocatori, inducendolo ad agire in maniera differente rispetto all’usuale grazie alla immediatezza del messaggio visivo fornito dalle immagini. Steven Johnson, nel suo libro “Tutto quello che fa male ti fa bene” (Mondadori, 2006) cita recenti studi di neurologia su come viene stimolata l’attivazione dei circuiti dopaminergici durante l’interazione con un gioco elettronico. Citando quello che James Paul Gee chiama “ciclo indaga, ipotizza, reindaga, verifica” Johnson paragona l’attività conoscitiva che un giocatore svolge all’interno di un videogioco al metodo scientifico. Questo aspetto, tuttavia, viene talvolta considerato un ostacolo per un giocatore in età infantile o adolescenziale e quindi in fase di apprendimento: la comunicazione che proviene da un insegnante può risultare non sempre recepibile da un giovane abituato a messaggi prettamente visivi. Secondo altri studiosi della materia, il videogioco sta contribuendo perciò a introdurre in questo inizio di terzo millennio – a dispetto del massiccio uso delle immagini che fa – un nuovo tipo di cultura che contrasta le precedenti, ossia quella orale e quella scritta. Questo dato di fatto si tramuta in timore davanti ad un altro genere di considerazione: se cioè l’effetto di questo intrattenimento si limiti semplicemente a rivedere (ridisegnare?) gli stilemi culturali esistenti oppure se possa portare – interessando così una sorta di roboetica – alla creazione di un modello esistenziale di uomo-gioco.
Una ricerca dell’università dello Iowa, pubblicata sul Journal of Experimental Social Psycology, è giunta alla conclusione che chi gioca con videogame violenti diventa meno sensibile alla violenza presente nel mondo reale. La “desensibilizzazione” viene spiegata come “una riduzione delle emozioni in reazione ad atti violenti reali”. Utilizzare i giochi più violenti porterebbe non solo ad essere più violenti ma più aggressivi, intolleranti e meno altruisti. Nella ricerca sono stati scelti 257 studenti di College (124 uomini e 133 donne) ai quali è stato chiesto di giocare a videogiochi a scelti casualmente: alcuni violenti (Carmageddon, Duke Nukem 3D, Mortal Kombat e Future Cop) e altri non violenti (Glider Pro, 3D Pinball, 3D Munch Man e Tetra Madness). Ai soggetti per tutta la durata dell’esperimento sono stati controllati i battiti cardiaci e la reattività epidermica. Dopo la “prova” ai volontari è stato chiesto di sedersi a guardare un video di 10 minuti contenente scene di violenza reali. I ricercatori hanno evidenziato che coloro che avevano giocato con videogiochi violenti avevano avuto una reazione fisiologica analoga rispetto a quelli che avevano interagito con giochi non violenti durante la fase di gioco, ma presentavano una reazione assai minore alle immagini di violenza reale mostrate loro successivamente. Raccolti tutti i dati dell’esperimento, lo scenario che gli psicologi propongono è allarmante: sarebbero sufficienti 20 minuti di videogiochi violenti per diventare meno sensibili alle brutalità del mondo reale. Ma gli psicologi si sono spinti oltre nelle loro conclusioni, definendo l’intera società del divertimento multimediale come una «macchina per la desensibilizzazione sistematica dell’individuo». Bisogna altresì ricordare che la ricerca potrebbe essere interpretata anche come una desensibilizzazione rispetto ad immagini fittizie di elementi reali: essere più tolleranti verso un filmato o ad una fotografia che mostrano scene violente non è la stessa cosa (sia a livello conscio che inconscio) del trovarvicisi direttamente davanti come spettatori (il lettore può facilmente immaginare come reagirebbe se assistesse ad un omicidio commesso proprio davanti ai suoi occhi e come reagirebbe invece se vedesse le immagini di un omicidio trasmesse ad esempio in un notiziario, difficilmente nel secondo caso si rimarrebbe turbati quanto nel primo). Inoltre la stessa ricerca è una delle innumerevoli che sono state fatte sul mondo e sugli effetti dei videogiochi, le quali hanno portato ai risultati più disparati e contrastanti. Il dibattito è molto animato e ricco di interessamenti da parte di vari studiosi, e sta proseguendo avanti con studi sempre più approfonditi.
1 comment Maggio 19, 2008
PARLANDO DI CIBO…
IL LATTE: è una bontà, bevine ogni giorno in grande quantità. Son di latte lo yogurt ed il gelato, ma anche il burro, la panna e il formaggio.
I LEGUMI: sono semi di tanti formati, crudi o cotti van mangiati. Sono molto nutrienti, fanno bene alle ossa e ai denti.
L’ACQUA: forse l’acqua, tu non lo sai, che son guai se manca. Bevine in grande quantità ….
I CEREALI: con i chicchi del buon grano, macinati piano piano, si prepara la farina, bianca, leggera e morbida. Cosa si cucina con la farina? Torte, pane e pasticcini, ma anche pasta e grissini che son più genuini.
LE PROTEINE: in molti cibi le puoi trovare, ma di tutto devi mangiare. Un pò di questo, un pò di quello… per poter crescere forte e bello.
Oggi vi lascio con una filastrocca che mi diceva sempre la mia nonna:
“Quando suona il mezzogiorno,
leverò il pane dal forno;
ma se il pane non è cotto,
mangio un piatto di risotto;
se il risotto non è condito,
mangerò pesce bollito;
se il pesce non è salato,
mangio l’aglio arrosolato;
e se l’aglio non si può avere,
mangerò formaggio e pere.
Questo si che è un bel mangiare,
chi non crede può provare.”
Add comment Maggio 17, 2008
COSA MANGIARE PER CRESCERE BENE?
Di tutto un pò e in giusto equilibrio! Ecco i dieci comandamenti giusti da seguire:
1) mangiare di tutto ed attingere alla variabilità di cibi presenti nel mondo animale e vegetale che la natura ci mette a disposizione;
2) mantenere una giusta proporzione tra gli alimenti di cui ci nutriamo, ricordando che questi contengono carboidrati, proteine, grassi, vitamine, minerali, altrimenti detti nutrimenti fondamentali.
3) non mangiare a merenda solo pastine e pizzette, ma cominciare bene la giornata con una buona colazione, uno spuntino a metà mattina, un giusto e gustoso pranzetto, una mini merenda, una cenetta con mamma e papà. Poi a letto presto, mi raccomando!
4) bisogna educare il bambino ad una adeguata masticazione, poichè la prima digestione avviene in bocca. Masticare il boccone almeno 15 volte aumenta il senso di sazietà e diminuisce la fermentazione degli zuccheri nello stomaco.
5) non abituate il bambino a mangiare davanti alla televisione: quando mangia deve essere pienamente consapevole di quello che fa e così svilupperà il senso del gusto e della sazietà.
6) suggerisco pazienza e fantasia con quei bambini che storcono il naso e non vogliono assaggiare quello che la mamma ha preparato per loro. Il bambino mangia prima con la testa, poi con gli occhi e infine, se tutto è di suo gradimento, con la bocca.
7) bambini piccoli, piatti piccoli: non spaventiamo i bambini con i piatti che usano i grandi, o riempiendoli di cibo con l’intento di far mangiare ai bambini le stesse porzioni di un adulto.
i bambini non gradiscono cbi troppo conditi, quindi usate poco sale, poco aceto e niente spezie. L’olio, preferibilmente crudo, e così il burro, vanno bene, ma non per questo è meglio abbondare.
9) i bambini percepiscono lo stato d’animo di chi li porge il cibo e dal loro atteggiamento dipende la loro condiscendenza.
10) il bambino non ha solo bisogno di cibo, ma anche di amore, di attenzione e di tempo. Se vuoi fare un piatto gradito dal tuo bambino aggiungi sempre un pò d’amore.
Add comment Maggio 16, 2008
IL KARATE
Il Karate (空手) è un’ antica arte marziale atta alla difesa delle persone originaria dell’isola giapponese di Okinawa e trae origine dall’unione di due scuole-correnti marziali: il Te autoctono e il Kenpō cinese e prevede la difesa a mani nude, senza l’ausilio di armi, anche se la pratica del Kobudo di Okinawa che prevede l’ausilio delle armi tradizionali, è strettamente collegata alla pratica del Karate. Attualmente viene praticato in versione sportiva (privato delle sua componente marziale e finalizzata ai risultati competitivi tipici dell’agonismo occidentale) e in versione arte marziale tradizionale per difesa personale. Nel passato, era studiato e praticato solo da uomini, ma col passare dei secoli anche le donne si sono avvicinate a questa disciplina.
Nato come arte marziale che insegna il combattimento e l’autodifesa, con il tempo il Karate si è trasformato in filosofia di vita, in impegno costante di ricerca del proprio equilibrio, in insegnamento a “combattere senza combattere”, a diventare forti modellando il carattere, guadagnando consapevolezza e gusto nella vita, imparando la capacità di sorridere nelle avversità e di lavorare con determinazione e nel rispetto degli altri. Solo quando questo insegnamento verrà compreso appieno, sostengono i suoi estimatori, l’allievo potrà essere veramente libero e realizzato.
La storia del Karate parte da un arcipelago a sud del Giappone, le isole Ryūkyū, e in particolare da una di queste, Okinawa. Non è possibile affermare con certezza se esistesse già una forma di combattimento autoctona; tuttavia, si crede che fosse già praticata un’arte “segreta”: l’Okinawa-te. L’ideogramma te (手) letteralmente indica la parola “mano”, ma per estensione può anche indicare “arte” o “tecnica”; il significato di Okinawa-te, quindi, è “arte marziale di Okinawa”. Essa era praticata esclusivamente dai nobili, che la tramandavano di generazione in generazione. Secondo le credenze popolari, la nascita del karate è dovuta alla proibizione dell’uso delle armi nell’arcipelago delle isole Ryūkyū. Ciò è vero solo in minima parte, in quanto l’evoluzione di quest’arte marziale è molto più lunga e complessa. Nei secoli XVII e XVIII le condizioni dei nobili di Okinawa cambiarono notevolmente; l’improvviso impoverimento delle classi alte fece si che gli esponenti di quest’ultime iniziassero a dedicarsi al commercio o all’artigianato. Fu grazie a questo appiattimento tra i due ceti che l’arte “segreta” iniziò a penetrare anche al di fuori della casta dei nobili. La conoscenza del te restava uno dei pochissimi segni di appartenenza passata a un’elevata posizione sociale. Per questo motivo i nobili, ormai divenuti contadini, tramandavano quest’arte a una cerchia ristrettissima di persone, quasi in modo esoterico. Così facendo si è avuta una dispersione dell’arte originale e furono gettate le basi per i vari stili di karate. Fondamentale per la nascita del tode furono anche le arti marziali cinesi. Le persone che si recavano in Cina, anche per due o tre anni, avevano modo di studiare le arti marziali del luogo e, in molti casi, cercarono di apprenderle. Le arti marziali cinesi si basano su concetti filosofici e su un’elaborata concezione del corpo umano; era quindi impossibile imparare le arti cinesi nello spazio di un solo viaggio. I viaggiatori giapponesi appresero quel che potevano: tecniche sparse che adattarono al loro fisico ben più robusto del fisico di un cinese. Si pensa quindi che sia stata possibile una sorta di fusione tra le arti arrivate dalla Cina, che comunque costituivano uno stile non metodico, e il te okinawese. Una prova di questo importante scambio culturale tra Okinawa e Cina è fornita da un maestro vissuto in epoca successiva, Ankō Itosu. In uno scritto di suo pugno vede le origini del karate nelle arti cinesi e sottolinea come non abbiano influito né il Buddhismo né il Confucianesimo.
I venti punti fondamentali dello spirito del Karate insegnati dal maestro Gichin Funakoshi sono:
- Il Karate comincia e finisce col saluto. (Karate Do wa rei ni hajimari, rei ni owaru koto wo wasuruna)
- Il Karate è mai attaccare per primi (Karate ni sente nashi).
- Il Karate è rettitudine, riconoscenza, perseguire la via della giustizia (Karate wa gi no tasuke).
- Il Karate è prima di tutto capire se stessi e poi gli altri (Mazu jiko wo shire, shikoshite tao wo shire).
- Nel Karate lo spirito viene prima; la tecnica è il fine ultimo (Gijutsu yori shinjutsu).
- Il Karate è lealtà e spontaneità; sii sempre pronto a liberare la tua mente (Kokoro wa hanatan koto wo yosu).
- Il Karate insegna che le avversità ci colpiscono quando si rinuncia (Wazawai wa getai ni shozu).
- Il Karate non si vive solo nel dojo (Dojo nomino Karate omou na).
- Il Karate è per la vita (Karate no shuryo wa issho de aru).
- Lo spirito del Karate deve ispirare tutte le nostre azioni (Arai-yuru mono wo karate-ka seyo, soko ni myo-mi ari).
- Il Karate va tenuto vivo col fuoco dell’anima; è come l’acqua calda, necessita di calore costante o tornerà acqua fredda (Karate wa yu no goto shi taezu natsudo wu ataezareba moto no mizu ki kaeru).
- Il Karate non è vincere, ma è l’idea di non perdere (Katsu kangae wa motsu na makenu kangae wa hitsuyo).
- La vittoria giace nella tua abilità di saper distinguere i punti vulnerabili da quelli invulnerabili (Tekki ni yotte tenka seyo).
- Concentrazione e rilassamento devono trovare posto al momento giusto; muoviti e asseconda il tuo avversario (Tattakai wa kyo-jutsu no soju ikan ni ari).
- Mani e piedi come spade (Hito no te ashi wo ken to omoe).
- Pensare che tutto il mondo può esserti avversario (Danshi mon wo izureba hyakuman no tekki ari).
- La guardia ai principianti,la posizione naturale agli esperti (Kamae wa shoshinsha ni ato wa shizentai).
- Il kata è perfezione dello stile, la sua applicazione è altra cosa (Kata wa tadashiku jissen wa betsu mono).
- Come l’arco, il praticante deve usare contrazione, espansione, velocità ed analogamente in armonia, rilassamento, concentrazione, lentezza (Chikara no kyojaku, karada no shinshuku, waza no kankyu wo wasaruna).
- Fai tendere lo spirito al livello più alto (Tsune ni shinen kufu seyo).
Add comment Maggio 13, 2008
L’ATLETICA
Storicamente l’atletica si divide in:
- atletica leggera – corse, salti, lanci, marcia
- atletica pesante – lotta, sollevamento pesi, pugilato
L’Atletica leggera è un insieme di discipline sportive che possono essere sommariamente suddivise in: corse, concorsi (lanci e salti), corsa su strada, marcia e corsa campestre. La parola atletica deriva etimologicamente dal latino athlētica (sottinteso artem ‘tecnica’) da athlēta che a sua volta deriva dal greco athletès da athlos ‘lotta’. Gli eventi di atletica leggera vengono di solito organizzati attorno a una pista ad anello della lunghezza di 400 m, sulla quale si svolgono le gare di corsa. Le gare di lanci e salti invece, si svolgono sul campo racchiuso dalla pista.
Molte delle discipline dell’atletica leggera hanno origini antiche, e si tenevano in forma competitiva già nell’antica Grecia. L’atletica leggera venne inserita nei Giochi Olimpici fin dall’edizione del 1896, e da allora fa parte del programma olimpico. Il corpo di governo internazionale dell’atletica leggera, la IAAF (International Association of Athletics Federations), è stato fondato nel 1912. La IAAF organizza i Campionati del mondo di atletica leggera, con scadenza biennale. La prima edizione si è svolta nel 1983 ad Helsinki, l’ultima ad Osaka, in Giappone nel 2007. In Italia, l’attività dell’atletica leggera è regolata dalla Federazione Italiana di Atletica Leggera (FIDAL).
Esistono altre varianti rispetto a quelle elencate di seguito, ma gare di lunghezza insolita (ad esempio i 300 m) sono corse molto di rado. Con l’eccezione della corsa sul miglio, tutte le corse si svolgono su distanze calcolate in metri. Uomini e donne competono in gare separate e da qualche anno, soprattutto nelle grosse competizioni internazionali, il programma delle donne è identico a quello degli uomini. Le uniche differenze sono costituite dall’altezza degli ostacoli e delle siepi (che è più bassa per le donne), dal peso degli attrezzi per i lanci (che è inferiore) e dal numero di discipline presenti nelle prove multiple, dieci (ovvero decathlon) per gli uomini, sette (eptathlon) per le donne.
- Corsa su pista
- Lanci
- Salti in elevazione
- Salti in estensione
Add comment Maggio 11, 2008
IL BASEBALL
Il Baseball è uno sport di squadra molto popolare negli Stati Uniti d’America, Canada, America latina, Giappone e Asia orientale, sviluppato da un gioco di fine ‘800 chiamato rounders. È un gioco che si effettua con una mazza e una palla, in cui un lanciatore lancia una palla del diametro di circa 7 centimetri e del peso di circa 142 grammi, con l’anima di sughero e gomma, ricoperta di pelle, verso un battitore, che cerca di colpirla con una mazza di legno di forma cilindrica, in modo da avanzare in senso antiorario su una serie di quattro basi, poste agli angoli di un quadrato chiamato diamante, e tornare infine al punto di partenza (casa base), dove ha diritto a segnare un punto per la propria squadra.
In Europa il baseball non è molto popolare, ma in Italia e nei Paesi Bassi lo sport è relativamente diffuso e a buoni livelli (le due squadre sono state invitate dalla Major League Baseball statunitense a partecipare al World Baseball Classic come migliori formazioni europee). Il baseball in Italia ha avuto la sua nascita, sottoforma di lega organizzata a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, nonostante sia stato comunque praticato fin dagli inizi del secolo XX. La Serie A1 è il massimo campionato italiano di baseball. Il campionato 2008 si disputa da aprile ad ottobre e vi partecipano 8 squadre. Oltre alla serie A1 vi è la serie A2 costituita da 2 gironi da dieci squadre ognuno, una serie B con quattro gironi, una C1 nazionale, con numerosi gironi, fino ad arrivare alla serie C2 regionale, oltre le varie categorie giovanili.
Il campo di baseball può essere rappresentato approssimativamente come un quarto di cerchio delimitato da due linee perpendicolari, dette linee di foul. Per la sua particolare forma la parte racchiusa nel semicerchio di terra rossa è anche detta “diamante”. Il regolamento ufficiale della FIBS (Federazione Italiana Baseball Softball) prevede che la dimensione minima del raggio sia di 76,20 m (250 piedi). Per i club professionistici e per l’attività senjores in Italia sono previste le seguenti misure minime: 98 m per le linee di foul destra e sinistra e 122 m la distanza tra il punto di convergenza delle linee (casa base) e la recinzione centrale del campo. Il terreno esterno, oltre le linee di foul, è chiamato area di foul. Le linee di foul proseguono idealmente in maniera infinita. Per questo motivo, giunte al limite esterno del campo, esse si interrompono e sono sostituite da due pali (di lunghezza variabile tra gli 8 e i 12 metri) ad indicare l’ideale proiezione delle linee. Il terreno esterno al campo, ma all’interno di questa proiezione, è considerato zona valida di battuta. Il campo di gioco può essere suddiviso in un settore interno, chiamato diamante, ed in uno esterno. Il diamante è costituito da un quadrato di lato 27,43 m (90 piedi) ai cui vertici sono poste quattro basi. La casa base, o piatto, deve essere di gomma ed avere forma pentagonale e larghezza di 43,18 cm (17 pollici) nella parte rivolta al lanciatore. Il vertice inferiore è posto al punto di convergenza delle linee di foul. Alla destra ed alla sinistra dei lati paralleli del piatto vengono segnati con il gesso anche due rettangoli detti box del battitore. La prima, la seconda e la terza base sono sacchetti quadrati di tela o plastica bianca di 38 cm (15 pollici) di lato, fissati saldamente al terreno. In mezzo al diamante, si trova il monte di lancio, un piccolo dosso circolare alla cui sommità, 25 cm rispetto al piatto di casa base, viene fissata la pedana del lanciatore costituita da una lastra rettangolare di gomma bianca di 60×15 cm. La distanza tra la punta inferiore del piatto di casa base e l’orlo frontale della pedana del lanciatore deve essere di 18,44 m (60 piedi e 6 pollici). A completare l’impianto di gioco nella zona di foul vengono poste le aree riservate ai suggeritori della squadra in attacco, ai battitori in attesa del proprio turno di battuta e le panchine delle squadre.
LE REGOLE
Una partita di baseball viene giocata da due squadre di 9 giocatori. Le varie riprese della partita si chiamano inning. Ogni inning è composto a sua volta da due fasi in cui le squadre si alternano in attacco e difesa: la parte alta e la parte bassa dell’ inning. Una partita si svolge comunemente sulla distanza dei 9 inning in campo professionistico ed internazionale, e pertanto non sono previsti limiti di tempo. Se al termine degli inning il punteggio è in parità, verranno disputati uno o più inning supplementari, finché una delle due squadre chiuda l’inning in vantaggio. In caso, la differenza di punti tra le due squadre sia maggiore o uguale a 10 punti dal 7° inning in poi, la partita si conclude anticipatamente per manifesta superiorità di una squadra (Regola Mercy). Nelle categorie giovanili solitamente l’inning nel quale si può dichiarare la superiorità è il 5°. Tale regola non è in vigore nella Major League Baseball. Ad iniziare la partita in difesa è sempre la squadra di casa. La squadra in difesa posiziona tutti e 9 i propri giocatori sul campo di gioco nei vari ruoli:
- lanciatore (pitcher)
- ricevitore (catcher)
- prima base (first baseman)
- seconda base (second baseman)
- terza base (third baseman)
- interbase (shortstop)
- esterno sinistro (left fielder)
- esterno centro (center fielder)
- esterno destro (right fielder)
La squadra in attacco manda a turno, seguendo un ordine di battuta (line up), i propri giocatori nel box di battuta per cercare di colpire la palla tirata dal lanciatore e di correre sulle basi del diamante per segnare i punti (run) arrivando a casa base. Scopo della squadra in difesa è di effettuare 3 eliminazioni (out) dei giocatori della squadra in attacco. Una volta effettuate le 3 eliminazioni la squadra in difesa passerà in attacco.
Add comment Maggio 10, 2008
OGGI PARLIAMO DI ……
IL GOLF
Il golf è uno sport nel quale un giocatore deve far entrare una pallina in una buca scavata nel terreno colpendola con differenti tipi di bastoni, nel rispetto delle ‘Regole del Golf’, partendo da un punto prestabilito ed impiegando il minor numero di colpi possibile. Il golf è uno dei pochi sport con una palla che non ha un’area di gioco standard: ogni ‘campo da golf’ ha un proprio unico design ed è generalmente composto da 9 o 18 buche di varie lunghezze.
L’origine del gioco è un argomento estremamente controverso. Si ritiene comunemente che il golf sia originario della Scozia da dove si è poi diffuso nelle isole britanniche e di lì nel resto del mondo, tuttavia alcuni appassionati e storici citano l’esistenza di documenti scritti, ordinanze e decreti emessi per proteggere il pubblico dai giocatori, la cui evidenza, incontrovertibile,{Steven van Hengel, storico olandese} testimonia la pratica di un gioco chiamato “golf” in Olanda già dal 1297. L’opinione diffusa che il nome deriva dall’acronimo “Gentlemen Only Ladies Forbidden” è totalmente priva di fondamento. L’origine della parola va piuttosto ricercata, seguendo un approccio etimologico negli idiomi scozzesi ed olandesi medievali, nella parola “kolve” che significava mazza.
Il golf è uno sport disciplinato ora da numerose regole, apparentemente complicate: dovendo prevedere varie situazioni di gioco (su cui influiscono morfologia dei campi, situazioni ambientali, vantaggi assegnati ai giocatori (i cosiddetti “handicap”), materiali a disposizione, tipi di competizione) le regole del golf sono aggiornate e pubblicate con cadenza quadriennale a cura di enti preposti (“Governing Body”): per l’Europa è il Royal & Ancient Golf Club of St. Andrews (R&A), in Scozia; per l’area americana la United States Golf Association (USGA).
L’importanza di conoscere le regole per un giocatore di golf è massima: si tratta probabilmente dell’unico sport in cui ognuno è arbitro di sé stesso, e quindi onestà e rispetto devono far parte del bagaglio di ogni golfista. Inoltre, esistono procedure da seguire per non incorrere in penalità o semplicemente per sfruttare a proprio favore determinate situazioni. Ecco perché è richiesto un esame delle regole, da sostenere presso uno dei circoli riconosciuti dalla Federazione. Oltre a regole di gioco sono necessarie regole di etichetta. Durante lo svolgimento delle gare ufficiali, più che dei veri e propri arbitri ci sono degli osservatori. Ogni concorrente è tenuto in pratica ad autocontrollarsi. In caso di controversie ci si appella ad un apposito comitato, il cui scopo principale è quello di far sapere ai giocatori cosa prevedono le regole nel caso specifico. E non mancano regole destinate a scoraggiare il gioco lento, che anzi si vanno man mano inasprendo con l’aumentare dei praticanti: ad esempio giocare una palla “provvisoria” quando è probabile che si sia persa la propria, onde evitare di perdere tempo nella ricerca. Principalmente si distinguono due tipi di gioco. Nel gioco “a buche” si assegna un punto al giocatore che conclude la buca nel minor numero di colpi (tenuto conto dell’handicap, delle penalità e degli abbuoni) e il vincitore è colui che al termine del percorso ha vinto più buche. Nel gioco “a colpi” il vincitore è il concorrente che ha percorso l’intero campo nel minor numero di colpi (sempre tenendo conto dell’handicap, delle penalità e degli abbuoni). Il regolamento disciplina inoltre in modo abbastanza rigoroso gli attrezzi utilizzati dai giocatori: se da una parte le nuove tecnologie permettono di realizzare bastoni e palle sempre più sofisticate e performanti, dall’altra le regole imposte si fanno sempre più restrittive, ma sempre nello spirito di gareggiare in modo fair. Ma non è stato sempre così, anzi è molto probabile che i golfisti per almeno 300 anni abbiano giocato praticamente senza regole scritte tanto semplice era il “loro” gioco che si distingueva da altri giochi di “mazze/bastoni e palle” solo per il fatto che si dovesse concludere con la palla infilata dentro una buca. L’introduzione delle regole scritte portò un minimo di ordine ma di certo tali regole furono mutuate da altre tra cui con ogni probabilità vi furono quelle di un gioco Francese detto jeu de mail.
IL CAMPO: Un campo da golf comprende generalmente 18 buche (ma esistono anche campi con 3, 9 o addirittura 27 buche), ciascuna con il suo punto di partenza posto ad una distanza che varia, in genere, tra 100 e 500 metri circa. Dal punto di partenza alla buca corre una striscia di prato rasato (fairway) fiancheggiata ai lati da fasce di erba più alta (rough), inoltre vi possono essere ostacoli di vario tipo per rendere più difficile raggiungere la buca: alberi, fosse riempite di sabbia (bunkers), stagni o laghetti. La buca è contrassegnata da una bandierina, per essere facilmente individuabile da lontano, e circondata da una zona più o meno ampia di prato particolarmente liscio e curato (green). Ogni buca ha un “numero di colpi previsto” chiamato par: si tratta del numero di colpi che un giocatore professionista impiega mediamente per terminare la buca. Questo numero dipende dalla lunghezza della buca (vale a dire la distanza dal punto di partenza alla buca) e va generalmente da 3 a 5. Quindi a seconda del suo valore si parla di buche “par 3″, “par 4″ o “par 5″. La somma del par delle diverse buche dà il par del campo: per un percorso di 18 buche esso va normalmente da 69 a 72.
Add comment Maggio 9, 2008
IL RUGBY
Il rugby è uno sport di squadra diffuso, nelle sue varianti, in buona parte del mondo: specialmente in Regno Unito e nei suoi ex-Stati dell’impero britannico come Irlanda, Australia, Nuova Zelanda, Figi, Papua Nuova Guinea e Sudafrica nonché in USA prima dell’avvento del football americano. I vari tipi di rugby sono popolari in Francia e in costante aumento di popolarità in Argentina, Italia, Romania, Russia, Giappone, Marocco, Kenia nonché in molte nazioni di Oceania e Asia.
È definito come uno sport di contatto e di situazione. È uno sport di contatto perché il confronto fisico tra i giocatori è una costante del gioco. Il Rugby è anche definito sport di situazione perché nella sua evoluzione sta diventando sempre più importante la capacità di comprendere il contesto momentaneo in cui ogni fase della partita si sviluppa concretamente. La stessa definizione dei ruoli, effettiva nella fasi di ripartenza da situazione statica, appare, nel rugby moderno, riduttiva rispetto alla necessità, per ogni giocatore, di adattarsi a qualsiasi posizione in campo ed a qualsiasi fase di gioco.
È uno sport di origini nobili, nel quale il rispetto delle regole e degli avversari è considerato un valore fondamentale. Lo stesso scrittore Oscar Wilde ha fatto questo paragone: “Il calcio è uno sport da gentiluomini fatto da bestie, mentre il rugby è uno sport da bestie fatto da gentiluomini…” Tutto ciò che ruota attorno il rugby, recentemente ha preso il nome di Ovalia.
IL RUGBY IN ITALA http://www.tuttorugby.it/indexpage.php
“La differenza fra il calcio e il rugby è che nel calcio ci si abbraccia fra compagni, nel rugby fra avversari”. Senza essere famosa come quella di Oscar Wilde (“Una partita di rugby è un’ottima occasione di tenere trenta energumeni fuori dalla città”), questa libera interpretazione del mondo ovale – pronunciata da un allenatore di casa nostra – rende merito allo spirito del gioco. Chi lo pratica, infatti, incarna diversi valori: il rugbista è forte, coraggioso, ma anche altruista e leale. Non c’è posto per le primedonne, una squadra di rugby è come una famiglia, in cui ognuno ha il proprio ruolo: il potente sfonda, il veloce corre, il piccolo si infila. Tutti (piloni, trequarti, terze ali…) sono al servizio del gruppo, nessuno escluso.
Insomma, ha ragione, l’allenatore di prima, quando afferma: “Anche quando piove e fa freddo, la fidanzata ti tradisce, la scuola va male o il lavoro fa schifo… su un campo da rugby splende sempre il sole”.
Add comment Maggio 8, 2008
IL NUOTO
Il nuoto è il metodo con cui gli esseri umani (o altri animali) si muovono nell’acqua. Il nuoto è una popolare attività ricreativa, in special modo nei paesi caldi e in aree dotate di corsi d’acqua naturali. È anche uno sport competitivo, e porta diversi benefici per la salute.
Il nuoto è conosciuto sin dai tempi preistorici. Disegni risalenti all’Età della Pietra sono stati trovati nella “caverna dei nuotatori”, nei pressi di Wadi Sora (o Sura) nell’Egitto sud-occidentale. Le notizie scritte risalgono fino al II millennio AC, e comprendono l’Gilgamesh, l’Iliade, l’Odissea, la Bibbia (Ezechiele 47:5, Atti 27:42, Isaia 25:11), Beowulf, e altre saghe. Nel 1538 Nicolas Wynman, un professore di lingue tedesco, scrisse il primo libro sul nuoto: “Colymbetes”. Il nuoto competitivo in Europa iniziò attorno al 1800, principalmente con il dorso. Il crawl, venne introdotto nel 1873 da John Arthur Trudgen, che lo copiò dallo stile degli amerindi. Il nuoto era già nel programma delle prime olimpiadi moderne, quelle di Atene 1896. Nel 1902 il crawl venne migliorato da Richard Cavill. Nel 1908, venne fondata la Fédération Internationale de Natation Amateur (FINA).
La farfalla era inizialmente una variante della rana, e venne accettata come stile distinto nel 1952.
Il primo italiano a scendere sotto la bariera di 1′ nei 100m stile libero fu Carlo Pedersoli, meglio noto come Bud Spencer: più precisamente con il tempo 59.50 nel lontano 1950, a Salsomaggiore in vasca da 25 m.
Filippo Magnini è attualmente (2008) il campione del mondo dei 100m stile libero, la più rinomata specialità del nuoto.
Il nuoto, e gli sport acquatici ad esso correlati, vengono praticati per diversi scopi. Spesso questi scopi si sovrappongono e un nuotatore amatoriale, ad esempio, può nuotare anche per motivi di salute e benessere fisico.
Il motivo più comune per nuotare è probabilmente lo svago. Molti stili di nuoto sono adatti a questo scopo. La maggior parte dei nuotatori e delle nuotatrici per svago preferisce uno stile che gli consenta di tenere la testa fuori dall’acqua (ad esempio: dorso o cagnolino).
La piscina è un luogo popolare per il nuoto a livello ricreativo, così come il mare, il lago, il fiume e talvolta i canali. In quasi tutte le piscine vengono organizzati corsi di nuoto a cui possono partecipare sia le persone che hanno una buona tecnica, sia le persone che la vogliono migliorare e persino chi ha paura dell’acqua. Anche i neonati possono andare in acqua nei loro primi 6 mesi.
Add comment Maggio 7, 2008
